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giovedì, 19 luglio 2007

Castelli e cultura: due rette parallele

BONINO:CASTELLI,DALLA SUA DICHIARAZIONE NON SI E'CAPITO NULLA =
(AGI) - Roma, 18 lug. - "Dalla sua dichiarazione non si è capito nulla! Lei deve dirci se è un ministro dimezzato, come il cavaliere, non Berlusconi ma quello di Calvino, oppure non è un ministro dimezzato". Lo ha detto in Aula il capogruppo della Lega Nord, Roberto Castelli, chiedendo chiarimenti al ministro presente in Aula.

 

Ma chi glielo spiega a Castelli che il "dimezzato" di Calvino era un visconte e non un cavaliere? Ma perché al Tg1 parlano degli starnuti del Papa e non si soffermano su un curioso e imbarazzante scivolone come questo? E mica è solo il Tg1 a latitare... Vabbè comunque Castelli e la cultura si sono dimostrate due rette parallele, che si incontrano all'infinito. Chissà poi se veramente si incontreranno?


postato da: libereso alle ore 10:19 | link | commenti (6)
categorie: giornalismo, dibattiti
martedì, 17 luglio 2007

Dico che, mi chiedo se

Non c'è mai un modo solo di raccontare una storia, di dare una notizia, di riportare un fatto.
Il fatto sì, quello è semplice: Natasha Kampusch, la ragazza austriaca tenuta per una decina d'anni prigioniera da Priklopil, mi pare si chiamasse così il suo carceriere no, quella Natasha che è diventata quasi una star, è stata fotografata in discoteca abbracciata a un ragazzo. I due si baciavano.
Il fatto finisce qui, ma raccontato così non importa quasi a nessuno.
Invece sui giornali, nei gr e nei tg l'accento è stato posto sulla serenità ritrovata dalla rediviva bellezza bionda che, a quanto pare, avrebbe ritrovato anche l'amore. Sembrava impossibile solo un anno fa, chiosano commentatori e opinionisti. Mi chiedo come faccia la gente a farsi rotolare in bocca parole così pesanti come amore e serenità, roba che uno dovrebbe contare non fino a dieci ma fino a cento prima di pronunciarle.
Ma magari Natasha, la notte stessa, fra le braccia di quel ragazzo con cui ballava e si baciava, magari Natasha poi avrà pianto disperata, magari quando lui avrà cercato di spogliarla lei si sarà bloccata, magari quei due non stavano nemmeno insieme o si lasceranno fra due giorni... Ma questo conta poco, perché per noi la notizia è solo che Natasha ha trovato la serenità.
Io però dico no, dico che c'era un altro modo di racontarla quella storia, basandosi sullo stesso fatto: e il modo era il dubio, il chiedersi senza darsi o cercare risposte, il punto interrogativo, la filosofia. Ci si poteva chiedere se Natasha abbia davvero ritrovato la serenità, se basterà un ragazzo accanto per metabolizzare dieci anni di galera e di violenze, chi diventerà Natasha, cosa racconterà ai suoi figli. Invece, al posto del dubbio è stata scelta la soap opera, la fiaba a lieto fine, il romanzo di Armony.
Insomma perché a volte non decidiamo di sostituire il "che" con un più maieutico "se"?


postato da: libereso alle ore 15:52 | link | commenti (4)
categorie: giornalismo, invettiva, dibattiti
lunedì, 16 luglio 2007

Il disabile, il balordo e il Paese a cui brucia lo stomaco

Oscar Pistorius e Corrado Avaro, hanno qualcosa in comune? Sembrerebbe di no, a parte la notorietà di cui entrambi godono in questi giorni, protagonisti che spuntano dalle pagine dei giornali e dagli schermi delle tv.
Un atleta sudafricano con gambe in carbonio che quasi vince i 400 metri al Golden Gala e un muratore trentenne che, ubriaco, investe e uccide una ragazza di sedici anni all'uscita da una discoteca. Vite così diverse che però, in comune, hanno innanzitutto il disagio, la difficoltà, la non facilità di vivere. L'hanno affrontata in maniera opposta, la vita, l'atleta sudafricano e l'omicida piemontese, però per entrambi è stato ed è difficile: uno corre per non sentire la mancanza delle gambe, l'altro beve per sfuggire alla depressione. Eppure non è solo questo, c'è qualcosa che balza meno agli occhi, cè la reazione di chi i loro nomi li ha sentiti ora per la prima volta e la reazione di chi ne scrive pur avendo conosciuto le loro storie da pochi giorni. C'è la legge, in senso lato, ad accomunarli e in particolare il fatto che l'Italia è il Paese delle emergenze, il Paese in cui spesso la legge è fatta con lo stomaco, vabbè siamo pure ottimisti e diciamo col cuore, ma quasi mai con la testa.
E sì, perché Casini e i Tg della Rai fanno fronte comune per far correre a Pistorius le Olimpiadi di Pechino, contro quei cattivoni della Iaaf (International Association of Athletics Federations) che vorrebbero innanzitutto accertare gli eventuali vantaggi di cui Pistorius godrebbe, qualora gli fosse permesso di sfrecciare  con gli altri sulle sue gambe bioniche. Io non sono contro una tale decisione per principio, ma sono contro il facile pietismo e contro le cose facili in generale. Ma vi immaginate se questo qui fa il record del mondo sui 400, e se invece che alla ricerca di farmaci borderline fra integratori e doping si cominciassero a cercare materiali per far correre meglio quelle protesi in carbonio. Che poi, dico io, stiamo discutendo quando ancora Pistorius il tempo per accedere alle olimpiadi non lo ha corso. Lo correrà, ne sono certo, e allora sarà dificile camminare sul filo che divide giustizia e discriminazione, ma bisognerà camminarci e stare in equilibrio, senza farsi prendere da facile commozione e compassione.
No, pernoi e per i nostri giornali, per le nostre tv e per i nostri cervelli poco fini è sempre facile prendere posizione, dare ragione o torto, pensare a leggi, provvedimenti e referendum che vengono appunto dallo stomaco, ma no, siamo più ottimisti, verranno pure dal cuore.
E cosa c'entra con tutto questo Corrado Avaro? C'entra pure lui perché investe una ragazza, la uccide, e subito il ministro Bianchi parla di giro di vite, di nuovi provvedimenti, di ritiri definitivi di patenti. Come se uno non potesse andare in Svizzera, prendersi una patente elvetica e poi farsela convalidare in italia. E il Procuratore della Repubblica di Bologna chiede l'omicidio volontario per chi guida ubriaco, magari è pure giusto ma è possibile che a certe cose si pensi solo con lo slancio di commozione e rabbia che segue il sangue di un morto?
Vi sembra davvero tutto così facile e piano? Soprattutto, è mai possibile che l'Italia sia il Paese dell'emergenza e che a ogni emergenza corrisponda una legge, n'importe pas se ben fatta o meno? Escono fuori le intercettazioni e subito un decreto ad hoc, i rifiuti in Campania chiedono che il Parlamento legiferi presto e bene, Raciti morto e si inventano i tornelli per gli stadi di calcio... e ora arrivano Avaro e Pistorius, due facce diverse di uno stesso mondo che, almeno in italia, parla di decisioni prese in un battito di ciglia. Eppure lo sappiamo, lo sappiamo tutti che la fretta è nemica delle cose fatte per bene, a modino.
Ma noi stiamo tranquilli, tanto loro ai nostri occhi resteranno sempre e soltanto il disabile e il balordo e dei due, fra qualche giorno, non ci cureremo più molto.

postato da: libereso alle ore 14:53 | link | commenti (3)
categorie: invettiva, dibattiti
martedì, 26 giugno 2007

Una scelta di campo

Scusate lavoratori, scusate onesti cittadini, scusate padri di famiglia, scusate membri del ceto medio, scusate ma io sto con loro. Sto con loro anche se fra loro ci sono furbetti e furbacchioni, sto con loro anche se non sono uno di loro, anche se la mattina  non mi sveglio alle 4 per prendere un treno che da Napoli o Salerno mi porta a Milano. Sto con loro anche se alla fine del mese ci arrivo senza troppa fatica e con la pancia piena.
Il fatto è noto ai più: duecento pendolari senza biglietto, ieri, hanno occupato per ore la stazione di Roma Tiburtina. Protestavano perché la regione Campania non aveva rinnovato una convenzione che prevedeva un forte sconto per il loro viaggio. Circolazione ferroviaria bloccata, un centinaio di treni soppressi o in ritardo, anche di sei ore.
Prevedibili balletti di dichiarazioni indignate di giornalisti, opinionisti e politici. Io l'unica indignazione che riesco a provare è per gente che guadagna dai 500 ai 900 Euro al mese e che è costretta a spenderne 60 ogni fine settimana per fare avanti-indietro dalla Campania alla Lombardia su treni che poco hanno da invidiare a quelli dei deportati o ai carri bestiame. Capisco anche la rabbia di chi è stato vittima di disagio. Arrivo a capire che violare la legge è, in linea di massima, sempre sbagliato, arrivo a capirlo anche se non lo condivido. Però non si può fare, come ho sentito alla radio, di voler parlare solo del metodo e non del merito. Non è giusto. E' troppo facile condannare da un comodo divano, da una posizione privilegiata di casta. Troppo facile fomentare una guerra fra poveri. Poi chiamatemi pure demagogo, io non voglio dire che è giusto quel che è stato fatto e soprattutto come è stato fatto, ma provateci voi a protestare civilmente e legalmente dopo che alle decine di esposti che avete presentato non vi viene data alcuna risposta, nemmeno negativa.
Sono disgustato da questa storia, sono disgustato da quelli che, da posizioni di privilegio, con troppa facilità sparano a zero sulla disperazione. Ho sentito dire che questi qua non avrebbero diritto ad alcuno sconto e mi chiedo allora perché i giornalisti sì, perché i disabili sì, perché chi raccoglie punti sulla carta viaggi stile mulino bianco sì. Io, passeggero, pendolare o meno, devo poter prendere un treno e non essere bloccato da duecento manifestanti ma i duecento manifestanti possono o no chiedere uno sconto per evitare che un terzo del loro stipendio finisca nelle casse delle ferrovie dello Stato? Ma scusate, tutti questi treni di lusso, alta velocità, tibiz o come cacchio si chiamano, ma perché non rifarsi su chi i soldi ce li ha per pagarli i biglietti? Chiamatemi comunista, se volete, I don't care. Però non posso non provare il brivido per un'altra ingiustizia.
Ma vi sembra giusto, a voi, che l'autista della macchina che mi porta qui al lavoro debba essere perseguitato dal direttore della sua banca che lo chiama ogni giorno perché è in scoperto di 400 Euro? Lui sta aspettando un pagamento per un lavoro che ha fatto, quei soldi gli servivano per fare la spesa e per dar da mangiare a sua figlia e a suo figlio, che a 13 e 18 anni ancora non lavorano. E lui che il lavoro l'ha perso, lui che lavora in nero per 600 euro al mese, lui che si sveglia - come i pendolari della stazione Tiburtina - alle 4 di mattina, lui non vuole elemosina, vuole pagare piano piano, ha detto addirittura alla banca di fargli causa, di protestargli un assegno da 100 Euro. Fategli causa cazzo, se volete, ma non tamburellategli i coglioni per 400 Euro di scoperto che pagherà, piano piano ma li pagherà. Non martellategli le palle quando poi ai vostri clienti golden permettete scoperti a quattro o cinque zeri. E andatevi a leggere due righe sul microcredito che male non vi fa.
Scusate ma io sto con loro anche se qualcuno, leggendo, potrà pensare che non sta messo tanto meglio di loro eppure non va a occupare i binari. Questione di scelta, magari ancora potete permettervi di scegliere di non farlo. Vi auguro di potere continuare a permettervelo. ma c'è chi non può scegliere o chi sceglie diversamente da voi e, per la sua scelta, sebbene possa anche meritare di pagarne le conseguenze, sicuramente merita rispetto e non sputi in faccia.
Io sto con loro, scusate.

postato da: libereso alle ore 12:05 | link | commenti (6)
categorie: giornalismo, invettiva, dibattiti
sabato, 23 giugno 2007

Marathon monks

Di corsa verso la perfezione. Spirituale, s'intende. Perché loro sono monaci, mica atleti. Macinano chilometri, divorano strade impervie, non si fermano
dinanzi a nulla. Il regime è duro, spietato. Roba da far tremare le gambe ai migliori fondisti del pianeta. Una sfida lunga 7 anni, 1000 giorni e infinitamente
più numerosi chilometri. In quanti ci abbiano provato non è dato sapere. Quanti ci siano riusciti è dato ben noto: ce l'hanno fatta in 48, fin dal lontano
1885. E ora si fregiano del titolo di «dai-ajari», santi viventi. Il rituale non ammette deroghe né cambi di programma. Chi non tiene i ritmi, abbandona.
Un forfeit pagato al caro prezzo della vita stessa. Avanti fino in fondo oppure suicidio: alternative non ne sono ammesse. Sono conosciuti come Kaihigyo,
ma anche come Marathon Monks, i monaci della maratona. Appartengono alla setta buddista Tendai, che ha sede sul monte Hiei, rilievo che guarda dall'alto
Kyoto, antica capitale del Giappone, che del Paese d'un tempo conserva gli splendidi templi e al mondo contemporaneo ha regalato l'omonimo protocollo.
La sfida è lunga, quasi infinita. Qualcosa come 7 anni, un po' da eremiti, un po' da maratoneti. Nei primi 300 giorni della loro odissea, è come se si
allenassero per ciò che verrà: solo 40 chilometri di corsa al giorno per 100 giorni consecutivi, a partire dalla mezzanotte. Nel quarto e quinto anno del
loro programma le corse non variano in lunghezza (sempre 40 chilometri) ma in durata (200 i giorni di fila). I due anni finali, se possibile, sono ancor
più duri: il sesto prevede 60 chilometri al giorno per 100 giorni consecutivi, il settimo addirittura 84 chilometri al giorno (sempre per 100 giorni di
fila). Maratone sfiancanti, anzi molto più che maratone. E non solo per le distanze coperte, ma pure per il modo. Degli atleti non hanno nulla, se non
la resistenza. Indossano normali vestiti e scomodi sandali da monaci, non il massimo per coprire distanze così lunghe. Portano con sé libri su cui leggere
le direzioni da seguire e mantra da cantare lungo il percorso. E poi cibo da offrire a chi incontrano per strada e candele per l'illuminazione notturna.
Oltre a un coltello racchiuso in un fodero e una lunga corda, conosciuta come la «corda della morte». Macabri compagni di viaggio, questi ultimi, che ricordano
ai monaci il solenne impegno preso: arrivare in fondo o togliersi la vita, magari impiccandosi oppure sventrandosi. Il percorso è puntellato da tombe senza
nome, dove riposano i resti di chi s'è arreso prima di arrivare in fondo: loculi vecchi e disadorni, roba di decenni or sono, ché pare non ci siano casi
di prematuro abbandono (e, quindi, suicidio) dopo il XIX secolo. Corda o coltello, l'ultima scelta. Genshin Fujinami, uno di quelli che l'impresa l'ha
compiuta, ci aveva pensato per tempo, nel caso in cui si fosse resa necessaria: «Avrei preferito la corda al coltello, perché è più veloce e più pulita».
Invece ce l'ha fatta. L'ultima corsa, quella che l'ha condotto alla perfezione, risale al 2003, quando aveva 44 anni, mica l'età per certi sforzi: «Gli
atleti lo fanno per ottenere successi, noi per crescere spiritualmente. Non dobbiamo vincere, ma solo pregare». Ma le imprese restano, e sono ineguagliabili.
Per Dave Ganci, famoso atleta estremo, non c'è paragone con nessuna impresa al mondo: «Ho corso soffrendo il caldo e il freddo, la fatica, la fame e la
disidratazione. Ma non riesco a immaginarmi come quei monaci». Sono loro i migliori atleti del mondo, i Marathon Monks.

 

(da La Stampa di giovedì 21 giugno 2007)


postato da: libereso alle ore 09:10 | link | commenti (3)
categorie: giornalismo
mercoledì, 20 giugno 2007

Autisti, zingari, galeotti e rivoluzioni

Mamma mia con che sogetti vado in Rai!
Gli autisti delle Punto della Trambus che gentilmente mi portano da casa mia a Saxa Rubra e ritorno sono veramente personaggi da libro: la mattina c'è un fascistone che odia gli zingari, mi urla che io sono un amico dei nomadi e a morte! a morte! che però lui ha pure votato a sinistra che però la sua identità è di destra perché l'Itaglia e gli itagliani pagano le tasse che se tu sei rumeno e vieni qui per lavorare va bene ma se sei zingaro e dovemo pure datte 300 euro al mese... quanti racconti! Potrei già scrivere un libro ma ve lo risparmio, ai fortunati dirò a voce.
L'autista del ritorno è invece uno che sta fuori per l'indulto, l'avevano condannato a 2 anni e 4 mesi al gabbio, lui che prima girava su una Tema motore Ferrari e ora invece è costretto a montare un generatore di corrente in giardino perché gli hanno staccato la luce che non la pagava... Sapete, con 500 Euro al mese è dura mandare avanti una famiglia, moglie e due figli, vabbè la moglie lavora come assistente a un'anziana ma non credo superino di molto i mille euro in due. Mentre la sorella ha vinto migliardi al superenalotto, è sposata con un dentista ma non gli dà un soldo...
Che lui mi ha detto ieri che non legge i giornali, che il padre era partigiano e ne leggeva un sacco, era interessato alla politica il padre. Lui, invece, quando la moglie accende la tv sul tg le dice di cambiare canale, "famme vede quarcosa che fa' ride che de probblemi ce n'ho già tanti io, che tanto si me svejo la mattina e stamo più larghi me n'accorgo da solo che quarcheduno è morto!"
Insomma fenomeni parastatali, ma mi fanno divertire e già sto cominciando a fare impicci tipo che domattina mi portano alla stazione tiburtina per un giretto extra a salutare qualcuno... senza dire niente in centrale... e poi la sera se non voglio tornare a casa ma devo andare da qualche parte basta che glielo dico e per loro è tranquilla.
Concludo il racconto con le mie peripezzie in Rai: mi oriento bene da solo, ormai, quasi bene diciamo. So dov'è il cesso, il mio ufficio e il bar. Come direbbe Pellegrino Artusi, quanto basta. Qui mi fanno scrivere di politica ed economia pura, non sono gli argomenti più interessanti del mondo ma pazienza, si va avanti e comunque quel che faccio è abbastanza apprezzato.
In voce in teoria non potrei andare, però il caporedattore ha detto che qualche volta si faranno eccezioni, non firmando i servizi. Io e Forlani, il mio tutor cieco anche lui con un cucciolo di golden retriever stupendo e coccolone, l'eccezione l'abbiamo già fatta. Oggi mi ha fatto registrare una lunga intervista che domani monterò e metteremo il boss di fronte al fatto compiuto, senza che lui ne sappia niente ora. Fanculo all'autorità, vi immaginate che adesso questo viene qui e legge tutto? Me ne frego! come direbbe il mio amico autista della mattina, il fascio.
Insomma ho già creato le mie piccole rivoluzioni, messo in crisi con le mie domande la redazione economica del Gr, che ora sono pure diventato amicone col caporedattore dell'economico appunto che mi ha detto che se mi serve qualsiasi cosa loro sono a disposizione... Insomma manca solo la stagista sotto la scrivania per sollazzi postprandiali e un po' più di varietà negli argomenti.
Per i servizi in voce futuro incerto e felicità a momenti. Per il resto cazzeggio, quindi non dovrei lamentarmi.
Ora basta con questo flusso di coscienza, chiudo e mi lancio giù verso l'uscita dalla fortezza Saxa Rubra.

postato da: libereso alle ore 17:35 | link | commenti (4)
categorie: diario
domenica, 10 giugno 2007

Arrivederci e addio

A volte ritornano, anche se per poco, anche se hanno poco da dire. Tutto nella norma, ore 3 di notte calma piatta. Dobbiamo salutarci forte compagno, salutarci sul serio perché non ci si vede per un po' o magari per tutta la vita. E perché ci si può anche non salutare non sul serio? Sì, certo, tutti i giorni diciamo arrivederci o lo pensiamo.
Qualche volta ci capita di dire addio o di avvicinarsi al limite dell'addio, il limite matematico quello tendente all'addio. Ma quanta strada c'è fra un arrivederci e un addio? Quanti scalini, quanti declivi, quante gradazioni? ed è bello quando un addio diventa un arrivederci, così com'è orrendo quando un arrivederci si trasforma in addio. A volte te ne rendi conto, a volte no. A volte lo sai, a volte lo ignori o fingi di ignorarlo, ti prendi in giro.
Capita pure che le persone le rivedi, sei sicuro che le rivedrai, ma quando le hai salutate quello era comunque un addio.
Mi godo gli ultimi giorni di cazzeggio e di ebbrezza, di riscoperta delle cose semplici della vita, dei piaceri banali e triviali, bassi quasi ma voluttuosi sicuro. Grazie a chi si è chiesto, chiedere è lecito rispondere è cortesia, eppure chi ha chiesto qui trova risposte se vuole cercare: disintossicazione, distacco terapeutico, difese, scudi, semplici casualità, mancanza di tempo e di voglia, indolenza, tristezza e felicità.
Addio e arrivederci... forse a Roma.

postato da: libereso alle ore 01:49 | link | commenti (1)
categorie: diario, cazzeggio
mercoledì, 30 maggio 2007

Dovere e insegnare

Devi essere contento, sono tutti contenti di te.
Devi essere orgoglioso, ti hanno detto che sei nato per questo mestiere.
Non devi fare così, alla fine ci si rivede tutti a novembre.
Non devi fare le faccine nei messaggini.
Devi essere meno contorto.
Devi stare bene.
Devi ridere e se non puoi ridere devi almeno sorridere.
Non devi rifiutare un lavoro se te lo offrono.
Devi prendere le cose con più leggerezza.
Devi capire.
Devi essere meno concentrato su te stesso.
Devi pensare meno.
Devi essere coerente.
Ma insomma cos'è 'sta storia di devi o non devi, ma perché devono dirmi cosa devo o non devo fare? Perché tutti questi consigli quando non si conosce il passato? Perché non ho il senso del dovere? Perché c'è gente per cui è facile dover essere qualcosa e invece a me viene l'urticaria quando sento dirmi cosa dovrei o non dovrei essere, cosa dovrei o non dovrei fare?
Io so solo due cose oggi: la prima è che insegnando a qualcuno il Braille ho insegnato l'unica cosa che saprei insegnare, l'unico regalo vero che avrei potuto fare. La seconda è che non sono nato per nessun mestiere se non quello di cercare di sopravvivere. Buona fortuna a tutti e "buon viaggio hermano querido, e buon cammino ovunque tu vada, forse un giorno potremo incontrarci di nuovo lungo la strada".

postato da: libereso alle ore 13:28 | link | commenti (14)
categorie: diario
mercoledì, 23 maggio 2007

Quasi epilogo

"vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già".
Non vedo più il bisogno di parlare, sembra inutile ora e ormai, non è che mi romperò i coglioni anche della radio?
Un'altra camera che lascio, altri arrivederci o forse addii, più probabile tutto considerato. Come ponte come al solito un libro, mai lo stesso ma sempre uguale, menomale. Le radici sono quelle di un'edera che strappate si riattacheranno da qualche parte ma mai nella terra che forse è troppo tardi.
"Non capisci, quando cerco in una sera, un mistero d'atmosfera che è difficile afferrare.
Quando rido senza muovere il mio viso, quando piango senza un grido, quando invece vorrei urlare.
Quando sogno dietro a frasi di canzoni, dietro a libri e ad aquiloni, dietro a ciò che non sarà".
Dico ciao alle abitudini e alla routine, a un'odore di ospedale, ai bagni scomodi ma puliti, alle cabine delle docce da chiudere a chiave, alla mensa e ai bar, ai gomiti amici, a un braccio offerto per accompagnarmi, agli abbracci e alle illusioni, ai film e alla redazione, agli scherzi e ai discorsi spesso uguali e ripetitivi, ai cappuccini e alla pazienza di chi resta lì solo per restare. Addio ricerca di momenti di intimità fuori dal gruppo, addio un altra volta a quel poco che avevo costruito.
Dico ciao con nostalgia e rimpianto, un pizzico di delusione per aver creduto in affinità elettive, per aver osato pensare che ci si capisce al di là delle parole.
Il sesso dev'essere chiacchiere e risate, gelosia e pugni in faccia, crisi isteriche di pianto sennò è come se non fosse, sennò non è, hai sbagliato tutto se non ti scaldi un po', se non sciogli le membra di ferro dell'automa.
E se a qualcuno piace quello che ho scritto, merito ai virgolettati che sicuramente molti hanno riconosciuto, che gli intermezzi fuori dalle virgolette sonopoca cosa, con la vena secca che mi ritrovo.
"Tu sei molto anche se non sei abbastanza, tu sei tutto ma quel tutto è ancora poco, tu sei paga del tuo gioco ed hai già quello che vuoi. E così non spaventarti, quando senti allontanarmi, fugge il sogno io resto qua. Sii contenta della parte che tu hai, ti dò quello che mi dài, chi ha la colpa non si sa".
Perché vedi anche scrivere serve a poco, "è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già".

postato da: libereso alle ore 15:03 | link | commenti (5)
categorie: diario
lunedì, 21 maggio 2007

Nel mio microcosmo... oggi (2)

Al mio fianco mi prende a braccetto l'entusiasmo in persona, lingenuità che a volte irrita ma spesso stupisce, la caparbietà di chi sai che ce la farà, la fiducia quasi cieca nella Causa.
Rimane discosta la tremante insicurezza impossibile da credere e perciò vera, incarnata in una che sa anche essere temeraria, spudorata e sfacciata.
Guardo la nuca di chi ha fiducia estrema, forse eccessiva, nelle mie conoscenze, di chi sa essere irruenta e veemente a parole quanto conciliante e affettuosa coi fatti.
Mi giunge chiara all'orecchio una voce decisa, dal tono quasi strafottente, mi aspetto irriverenza che puntualmente arriva, cazzate e provocazioni, gocce di originalità, spavalderia per incartare un pacchetto di fragilità che è sempre lì lì per trasformarsi in pacco bomba e chi sarà il destinatario dell'esplosione?
Mi si acciambella accanto un gatto soriano, dal ghigno sornione, si fa i cazzi suoi ma gli bastano due parole per scatenare una risata che spazza la tristezza che se il tango ce l'ha nel sangue non gli è entrato ancora nelle gambe.
E' venuta prima, poi l'ho ritrovata, non si può conoscere tutti bene ma l'istinto materno non lo nasconde, la voce quella sì che quasi non la riconosci e ti stupisci.
Sono un eletto, ci ho parlato per un po' e anche piacevolmente. dai discorsi era quasi bandito il giornalismo. Spero solo che il silenzio e l'isolamento siano stati frutto di scelta e non di costrizione.
Anche noi abbiamo il nostro trav, una che non sfigurerebbe nelle gare di rutto all'osteria, una tipo "la mia ragazza mena" eppure quando parla italiano e quando confida le sue voglie non riesce a mascherare una striatura di femminilità che la voce si fa quasi dolce.
Timido e spavaldo, risata baritonale, quasi imbarazzato dal successo con l'altro sesso, tiene un profilo basso ma non disdegna le sferzate improvvise e illuminate, è più a suo agio quando deve acompagnare una pallina al di là della rete.
Più uno è accondiscendente, più quando si incazza ti lascia basito, eppure anche lì non puoi dimenticarti che è il classico pezzo di pane fornito però di cervello, ma il pane non ha le radici del grano o quelle della terra che riemerge in sprazzi di frasi e momenti concitati.
Ci sono volte in cui credo sia estroverso e vivace, altre in cui prevale la riservatezza e la discrezione, è in un attimo di insicurezza e di sconforto che puoi davvero intravedere anche chi non hai conosciuto molto e pensare di chiamarlo amico.
Lampi di follia e baratri inesplorati, sbornie e pianti, voragini in cui non sono entrato, essere troppo sensibili a questo mondo paga poco ma chi sono io per dire che non sia lei l'eccezione?
Discreta, silenziosa, simpatica ed efficiente, qualsiasi cosa dica riesce a strapparmi un sorriso o un sorrisetto, insondabile nella sua vita precedente.
Un saluto affettuoso, quasi ti chiedi perché, da dove venga, ma poi l'unica cosa che ha senso fare è acettarlo che è sempre bello essere salutati in modo caloroso.
Forse davvero chi è già donna, chi qualche tappa l'ha bruciata, chi aspetta nuovi arrivi con viso flebile e deciso, forse davvero vuol farsi i cazzi suoi o forse è venuto così, naturalmente, ed era scritto che così fosse.


postato da: libereso alle ore 16:51 | link | commenti (1)
categorie: diario